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Diario di viaggio: si chiude un capitolo

Pagina 19 – by Luca e Ale

Quando lo scorso Novembre siamo atterrati in Asia non sapevamo veramente cosa aspettarci.

Due pivelli allo sbando.

Non avevamo la più pallida idea di quanto sarebbe durato il nostro viaggio e non sapevamo cosa sarebbe successo nei giorni successivi, figuriamoci nei mesi. Non è semplice all’inizio imparare a convivere con questi pensieri.

Ci è capitato di immaginare la vita come un’agenda con le pagine a righe numerate dai giorni e dai mesi, poi ad un certo punto voltando pagina è come se i numeri sparissero e le pagine diventassero bianche, senza nessuna linea guida. Diventa più difficile riuscire a scrivere dritto, ma tutto quello spazio bianco regala molta più libertà di movimento e di scelta. Questo è quello che è più o meno successo alle nostre vite.

L’unica cosa sicura quando siamo atterrati è che ci sentivamo pronti per affrontare un viaggio che manco gli spedizionieri per la National Geographic in Groenlandia.

Spaventati ma carichi come molle.

E poi? Poi è iniziata la scoperta di un mondo talmente distante dal nostro che in ogni singolo momento siamo stati mitragliati da continui stimoli sempre nuovi. Quello che due anni prima avevamo visto durante le ferie thailandesi, non era nemmeno lontanamente vicino a quello che queste terre riservano a chi le può assaporare a lungo. Il sud-est asiatico si è aperto a noi con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, con i suoi luoghi, i suoi abitanti e le infinite avventure che riserva.

Abbiamo scalato la Parfum Mountain e visto la Baia di Halong dall’alto. Abbiamo attraversato il deserto rosso di Mui Né durante il tramonto e ci siamo addentrati talmente ai limiti dei templi di Angkor in Cambogia da rimanerci incastrati dentro quando è sceso il buio.

Ci siamo arrampicati lungo i pendii delle Kuang Si Waterfall tra le foreste di Luang Prabang e siamo rimasti a bocca aperta davanti a grotte grandi come cattedrali nelle montagne laotiane di Vang Vieng.

Siamo passati 5 volte per Bangkok, e ancora non ci siamo stancati del suo caos senza regole.

Siamo rimasti sconvolti nel vedere come i monaci buddisti vengono considerati animali da palcoscenico in una cerimonia sacra come il Tak Bat.

Abbiamo trovato la spiaggia più pura del mondo a Koh Rong, un’isola cambogiana dove non esistono strade o mezzi di trasporto e la giungla copre ancora quasi tutta la superficie.

Abbiamo giocato con il plancton fluorescente nelle spiagge di Samloem, attraversato strade invase dalle scimmie tra la giungla del parco di Kao Yai e siamo saliti nelle Petronas Towers di Kuala Lumpur.

Abbiamo realizzato il sogno di nuotare con le tartarughe marine tra le acque delle isole Gili in Indonesia, e passeggiato con gli elefanti tra le colline di Chiang Mai nel nord della Thailandia.

Abbiamo attraversato città dove non esistono religioni, e luoghi dove invece i richiami alla preghiera delle moschee erano talmente forti da svegliarci alle 4 ogni notte.

Ci siamo seriamente avvicinati al collasso tra le pietre laviche del tempio di Borobudur a Java, e abbiamo sceso un pendio di 600 gradini in mezzo alla giungla più fitta e scura per raggiungere le cascate di Nung Nung a Bali.

Abbiamo trovato la gente più simpatica in Thailandia, e la genuinità dei laotiani ci ha conquistato sin da subito. Gli indonesiani ci hanno affascinato per il profondo impegno che hanno nel preservare la loro cultura, mentre la curiosità dei cambogiani nei confronti di tutto quello che proviene dall’esterno è stata molto incoraggiante.

I sorrisi gratuiti che regala la gente di queste terre sono disarmanti a volte, perchè ci si chiede come facciano a sorridere quando la loro casa probabilmente non ha nemmeno un pavimento.

Eppure la loro semplicità a volte si scontra con il poco valore che danno a certe cose. Troppo spesso non c’è cura dell’ambiente, e non hanno il senso della sicurezza nemmeno nei confronti dei bambini che vengono montati in sella al motorino senza casco ai 200 all’ora.

Ci siamo resi conto che la parola “stress”, che a noi occidentali piace tanto usare e sentircela addosso, si traduce in tutte le lingue. Anche in quei paradisi tropicali dove il sole scalda tutto l’anno. Solo che al posto di chiamarsi stress si chiama per esempio preoccupazione che il raccolto proceda bene altrimenti tutta la famiglia è seriamente nei guai.

C’è da riflettere su questa cosa.

A Luca non è passata la fobia dei rettili ma ormai ci siamo abituati ad avere qualche geco che corre per le pareti della camera. Alla fine abbiamo visto pochissimi serpenti e quasi tutti in Indonesia.

Ad Ale non è passata la fobia dei topi, tantomeno dopo essere scappati da una vera e propria colonia davanti a una fermata dello Skytrain di Bangkok.

Abbiamo preso circa 30 sleeping bus, 6 aerei, 4 treni e 15 barche e per ognuno di questi mezzi corrisponde una notte passata in un sedile la maggior parte delle volte nemmeno reclinabile.

Non abbiamo tenuto il conto di quanti chili di riso e noodles abbiamo mangiato. Tantissimi comunque. Le pizze però sono state 5 in 7 mesi, e tutte piuttosto buone.

Abbiamo assaporato il lusso di posti incredibili che senza il blog non avremo probabilmente mai avuto la possibilità di vedere, e molte volte il giorno dopo alloggiavamo in una stanza dove per farsi la doccia bisognava sedersi nel water. Dalle stelle alle stalle, ma è stato bellissimo così!

Sette mesi di viaggio non sono pochi, e nel corso del tempo ci siamo resi conto che ciascun viaggiatore vive il tragitto a modo suo e non ci sono delle regole giuste o sbagliate.

Il viaggio diventa un processo talmente personale che ciascuno se lo modella su se stesso.

Ci siamo resi conto che tutti i backpackers non sono uguali anche se nell’immaginario collettivo avremmo dovuto dormire su una branda mangiando con le mani da un piatto di plastica.

Non siamo in grado di dire se questo viaggio ci ha cambiato. Magari si, o forse no. Probabilmente siamo le stesse persone di prima ma con una profonda conoscenza di noi stessi che prima ci mancava. Non per forza un viaggio trasforma Lapo Elkan in Madre Teresa di Calcutta.

Probabilmente questi mesi hanno aperto altre porte della nostra mente che altrimenti sarebbero rimaste chiuse.

Le infinite connessioni che si creano con l’ambiente e con la gente che si incontra lungo il cammino appaiono molto più chiare quando si è ogni giorno a contatto con realtà diverse.

E infine noi due dopo circa 200 giorni a stretto contatto siamo ancora uniti, forse anche più di prima, e con una conoscenza molto più profonda l’uno dell’altro.

Tornando indietro rifaremmo tutto quello che abbiamo fatto, anche gli errori di percorso.

Dopotutto l’esperienza più bella della nostra vita non avrebbe avuto lo stesso sapore se non l’avessimo affrontata mano nella mano.

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